Famiglie italiane e risparmio: report CONSOB in 5 punti

Famiglie italiane e risparmio: report CONSOB in 5 punti

Famiglie italiane e risparmio: report CONSOB in 5 punti

27/12/2016
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Nel luglio 2016 Consob, in collaborazione con GfK Eurisko, è uscita con un report sugli investimenti finanziari delle famiglie italiane.

Il report non è il primo della serie e offre una serie di spunti interessanti per chi opera nel settore. Cerco di fornire un po’ flavour (flavour fa chic, molto Bergamo alta..)  senza cogliere tutte le sfumature, peraltro irrappresentabili in un solo post (questi report sono enormi!!).

L’obiettivo è di farlo in 5 punti veloci…vediamo se ci riesco.

CHI SONO I DECISORI FINANZIARI – 1
Iniziamo intanto dalla definizione. Il decisore finanziario è colui che amministra il proprio denaro o il denaro della propria famiglia. Senza nulla togliere alla dignità individuale di ognuno di noi, quando si vuole interrogare la clientela retail attraverso un questionario o un’indagine quantitativa o qualitativa non tutti gli individui sono ugualmente interessanti. Quelli che contano sono i decisori finanziari, coloro quindi, che all’interno della famiglia si occupano di gestire il denaro, di risparmiarlo e dove – eventualmente – investirlo.
È quindi fondamentale sapere come si distribuiscono in termini di età, di sesso, di preferenze politiche, di religione, di grado di istruzione, per poter controllare a posteriori se il campione scelto è rappresentativo della popolazione.
A tal fine, è utile scorrersi quanto emerge dal report di CONSOB. Il grafico è del 2015 (non c’è un analogo nel 2016) ma è ancora attendibile.
DOVE INVESTONO LE FAMIGLIE – 2
Ma come è cambiato negli ultimi anni il portafoglio delle famiglie? La realtà è sotto gli occhi di tutti ed è raccontata ogni giorno negli articoli di giornale – sebbene non sempre in modo organico.
Per sintetizzare, la popolazione si è polarizzata: i patrimoni medio/piccoli si sono riversati nei conti correnti rimanendo liquidi (risparmio precauzionale) mentre i patrimoni più grandi si sono rivolti al Risparmio Gestito in grado di promettere rendimenti più interessanti benché senza la protezione sul capitale.
Di seguito uno spaccato del portafoglio delle famiglie dal 2000 al 2015.
QUANTO NE SANNO LE FAMIGLIE – 3
Profondo rosso, anzi un bel nero ignoranza è il colore che ci contraddistingue. Più del 20% degli intervistati dichiara di non avere familiarità con alcuno strumento finanziario, quasi il 60% non sa cosa sia l’inflazione o la definisce erroneamente mentre oltre il 50% non conosce la relazione tra rischio e rendimento.
Insomma, siamo in alto mare, senza scialuppa o salvagente, senza saper nuotare e – oltretutto – siamo piuttosto allegri perché del tutto ignari della nostra ignoranza (circa l’85% del campione si attribuisce capacità almeno nella media con riferimento alle decisioni di risparmio).
Questa generalizzata over-confidence si scontra con un magrissimo 6% di coloro che conoscono le implicazioni di una corretta diversificazione. Interessante è il grafico – che riporto qui sotto – che mostra la comprensione dei bond a tasso negativo. Al campione viene chiesto se sono interessati a investire in questo tipo di bond e vengono proposte queste quattro risposte:
  1. sì, non voglio sopportare più rischio per ottenere rendimenti più alti
  2. no, voglio rendimenti più alti e sono disposto a sopportare più rischio
  3. no, perché sono troppo rischiosi
  4. non lo so
Solo la 1. e la 2. sono risposte corrette e totalizzano un magro 23% (14% la 1. e 9% la 2.).
GESTIONE DELLE SPESE E DEL RISPARMIO – 4
Questa è forse la sezione più interessante perché mostra  come ci sia ancora molto da fare lato banche per aiutare i propri clienti nella gestione ordinaria delle loro spese.
Ben il 90% del campione riferisce di monitorare le proprie spese, chi attraverso un controllo di massima (20%), chi tenendo una traccia scritta (30%) , chi tenendole a mente (40%). È evidente che i PFA (Personal Financial Planner) finora messi a disposizione delle banche non siano riusciti ad aiutarci molto (tipicamente il riconoscimento delle spese non è automatico, non sono previsti accantonamenti per spese future etc) e quindi nel frattempo ce la stiamo cavando da soli alla vecchia maniera.
Interessante è anche la grande propensione a tipologie di risparmio ricorrenti. Peccato che da quello che si vede nel sistema bancario, le forme di risparmio ricorrente non siano poi così gettonate. C’è ancora molto lavoro da fare anche qui.
CONSULENZA – 5
I servizi di consulenza, questi sconosciuti. Ben il 60% degli intervistati non conosce alcun servizio previsto dalla normativa. I motivi per cui non si ricorre alla consulenza sono prevalentemente tre:
  • si investono piccoli patrimoni
  • si investe in prodotti semplici
  • non ci si fida della figura del Consulente
Se si chiede al campione che cosa dovrebbe fare il consulente per guadagnare fiducia, ecco uscire qualche consiglio interessante:
  • farmi capire che rischi sto correndo (prima risposta tra gli investitori)
  • controllare periodicamente l’adeguatezza dei miei investimenti
  • essere indipendente

Gli investitori hanno ben chiaro quali sono i punti sensibili della professione e quali zone di frizione andrebbero rimosse per dare un servizio che sia veramente un “servire” il cliente.

I non investitori rimangono freddi all’idea del consulente, non sapendo addirittura indicare cosa potrebbe avvicinarli a questo mondo. Il fatto che il mondo della consulenza abbia un senso solo per patrimoni sopra una certa soglia è probabilmente la motivazione principale dell’indifferenza di questo sotto-campione.

Qui trovate il report completo della Consob del 2016 e qui quello del 2015.

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