Risparmio & Famiglie: quanto siamo cambiati in 25 anni?

Risparmio & Famiglie: quanto siamo cambiati in 25 anni?

Risparmio & Famiglie: quanto siamo cambiati in 25 anni?

10/08/2017
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In questi anni di allentamento economico, in cui la BCE ha abbattuto i rendimenti dei Titoli di Stato attraverso l’utilizzo del Quantitative Easing, si è fatto un gran parlare della composizione del portafoglio delle famiglie italiane. Sebbene sia un argomento sempre interessante, l’attuale contesto di mercato, così avaro di proposte allettanti, ha amplificato la voglia degli operatori di conoscere che tipo di scelte le famiglie fanno (e perché le fanno) nell’allocazione dei loro risparmi.

Al 31 marzo del 2017 il risparmio degli italiani ammonta a 4’200 miliardi di euro, un +0,7% (+2,9% se lo si proietta a fine anno) rispetto alla chiusura del 2016.
I dati della Banca d’Italia confermano il trend di crescita delle masse sui conti correnti. Alla fine del I trimestre di quest’anno sono circa 600 i miliardi di euro fermi sui conti correnti di banche italiane, +8% rispetto al 2016 e +30% se confrontiamo questo dato con il 2011. Non stupisce osservare le scelte di risparmio attuali non coinvolgano le obbligazioni (solo un 8% del portafoglio). Confermato invece il ruolo preponderante del Risparmio Gestito (Prodotti Assicurativi+Fondi Comuni) con ben 1’500 miliardi di euro (+53% rispetto al 2011) di volumi.

Ma come si è evoluto il portafoglio degli italiani nel corso di questi anni?

Dal 1995 ad oggi abbiamo assistito ad eventi che hanno avuto grandi impatti finanziari. La nascita del digitale, delle grandi aziende di Internet, l’attentato delle torri gemelle, la crisi di fiducia nella solvibilità degli stati europei hanno profondamente mutato le scelte di risparmio delle famiglie.
Ma come hanno reagito le famiglie a questi cambiamenti che possiamo a ben ragione definire epocali?
Se tralasciamo per un attimo la composizione del portafoglio e ci concentriamo solo sul suo valore, innanzitutto osserviamo che dal 1995 il valore del risparmio delle famiglie è più che raddoppiato passando da circa 1.800 a 4.200 miliardi di euro.
Questo è essenzialmente dovuto alla cultura del risparmio delle famiglie italiane, all’inflazione (che agisce sui tassi di interesse) e ad una tendenziale discesa dei rendimenti del mercato obbligazionario italiano (e quindi ad un apprezzamento generale del valore del comparto).
Se invece analizziamo la composizione del portafoglio delle famiglie durante quest’ultimo ventennio scopriamo alcune dinamiche interessanti.

Dal 1995 al 2000: la bolla delle Dot Com e la convergenza dell’Euro

Durante questo periodo le borse videro un rapido aumento del valore delle aziende che operavano nell’ambito di Internet e nel settori della tecnologia.

Questo periodo fu segnato dal lancio in Borsa di un numero molto elevato di nuove aziende che operavano nel settore informatico (telefonia, internet etc.) generalmente chiamate Dot-Com; erano compagnie scarsamente capitalizzate, di piccole dimensioni (in molti casi con un solo azionista fondatore), molto esposte in un settore fortemente sovrastimato.  La convinzione del mercato che le società in oggetto avrebbero prodotto dei profitti in futuro diede vita a rally impetuosi sui prezzi delle azioni che salivano in pochissime sedute di borsa (fu eclatante in Italia il caso di Tiscali che nel giro di pochi mesi vide passare il valore delle proprie azioni da 46€ a 1.150€). Ricordiamo quegli anni come periodi di grandi occasioni, in cui famiglie di operai o di impiegati possedevano azioni di Olivetti o Telecom e ne discutevano l’andamento con il barista o il barbiere come se stessero parlando della squadra del cuore. Furono anni in cui alcuni videro raddoppiare, triplicare, decuplicare il proprio risparmio in pochi mesi.

Nello stesso periodo i tassi di interesse pagati dai Titoli di Stato italiani scendevano inesorabilmente perché era prossima la data di passaggio all’Euro. Fu il cosiddetto periodo della “convergenza“, termine con cui si intende lo schiacciamento dei rendimenti dei nostri Titoli di Stato a quelli emessi dalla Germania e dai paesi europei “core”. Sul fatto che la convergenza sia stata o meno causata dalla moneta unica non c’è molto accordo tra gli economisti, ma questa è un’altra storia.

Le famiglie, come evidente, dai grafici qui sotto, hanno cavalcato il momento investendo quasi due terzi del loro portafoglio in azioni e Risparmio Gestito e diminuendo la quota di titoli di tasso.

Dal 2001 al 2008: l’attentato alle Torri Gemelle e la crisi dei subprime americani

Nel 2001 scoppia la bolla delle Dot Com e in molti si ritrovano ad assistere impotenti al crollo del valore dei loro titoli e al fallimento di molte aziende che fino a pochi mesi prima erano considerate degli astri nascenti. Ad esacerbare il contesto già difficile si aggiunge l’attentato dell’11 settembre in seguito al quale le Borse di tutto il mondo perdono per giorni miliardi di capitalizzazione. Ma l’economia a stelle e strisce si rialza e dal 2003 ingrana di nuovo la marcia trainata dal settore immobiliare. Porta con sé nuove speranze e trascina le borse europee. La bolla immobiliare USA cresce sempre di più finché esplode nel 2007 ma l’impatto della crisi investe l’Europa solo dal 2008, dopo il fallimento di Lehman Brothers.

Le famiglie italiane dopo lo scoppio della Bolla di Internet e la crisi dei subprime alleggeriscono il carico sulla componente azionaria e si spostano una parte di risparmio sui conti correnti e su depositi a vista. C”è anche un aumento del valore della componente di titoli a medio/lungo termine ma sembra una conseguenza della discesa dei rendimenti dei Titoli di Stato (TdS) piuttosto che una modifica dell’asset allocation.

Dal 2009 ai giorni nostri: la crisi dei debiti sovrani e il QE

La crisi dei subprime costringe i governi americano e inglese ad intervenire a sostegno delle banche per non farle fallire. Questo determina una fase di forte espansione monetaria che si ripercuote sui rendimenti dei TdS europei abbassandoli notevolmente.
Con un mercato obbligazionario così depresso il mercato azionario ne beneficia moderatamente. D’altra parte, nel 2011, la crisi di fiducia politica nei confronti dei paesi periferici dell’area euro e la mancanza di una governance forte in BCE portano alla crisi del novembre del 2011, con le dimissioni del governo Berlusconi e l’avvento del governo tecnico di Monti.
La vicina Grecia e l’Irlanda dichiarano bancarotta. La Spagna vive mesi sull’orlo del baratro.
Per la prima volta si instilla negli italiani il timore che lo Stato possa fallire.
Nel 2013 Draghi, alla guida della BCE, lancia un primo tentativo di iniezione di liquidità nel mercato europeo devastato dal “credit cruch” (l’impossibilità delle banche, per vincoli di bilancio, di fornire credito alle aziende che genera blocchi nella macchina economica e fallimenti di numerose aziende). Si allunga l’età pensionabile, si abbassa il tasso di sostituzione pensionistico (semplificando, aumenta il gap tra l’ultimo stipendio percepito e la pensione), cresce inesorabilmente il tasso di disoccupazione e viene introdotto il Job Act che modifica profondamente il concetto (e la pratica) di “posto fisso”. La percezione generale è di vedere fortemente ridotta la componente di welfare.
Le iniziative di Draghi non sortiscono un grande effetto. Nel 2014 la BCE ci riprova con il TLTRO ma la svolta decisiva si ha con il QE finalmente varato nel 2015. I rendimenti dei TdS scendono ai minimi storici e con essi i tassi dei mutui ipotecari. Viene introdotta la cosiddetta “normativa del bail-in” che impone anche ai clienti con depositi oltre i 100 mila euro di prendere parte alla liquidazione di una banca insolvente. Nel 2017 compaiono i primi tiepidi segnali di ripresa ma siamo ancora lontani dalla normalità.

Le famiglie reagiscono come previsto: quando non dispongono di grandi patrimoni, prudentemente spostano i loro risparmi su strumenti di liquidità. Quando invece ritengono di poter gestire eventuali imprevisti, vanno in cerca di rendimento puntando sul Risparmio Gestito (Fondi o comparto assicurativo). Inevitabile l’abbandono di strumenti di tasso come le obbligazioni.

 

 

 

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